La scorsa settimana in un trasmissione televisiva l’on. Bersani se ne usciva così: “’fate una normetta che,
invece di cancellare la mia, lasci vendere i farmaci che non sono sotto prescrizione medica ai giovani
farmacisti.” Ora, da giovane farmacista, 31 anni e diversi anni di esperienza, delle considerazioni escono
spontanee.
E’ indubbio che le norme che regolamentano la farmacia ed in generale la vendita dei farmaci siano rigide,
datate, e appaiano molte volte anche agli addetti ai lavori dei retaggi che si potrebbe tranquillamente definire
medioevali. Si vuole procedere quindi verso la strada della liberalizzazione, parola tanto cara a un paese
quale l’Italia stretto tra mille corporazioni? Bene, da farmacista non proprietario di una farmacia sarei il primo
se potesse, domattina ad aprirne una. Ma adesso vorrei spiegare perché quello che ha e aveva in mente
Bersani, va nella direzione esattamente opposta.
Al tempo del cosiddetto decreto Bersani l’idea era quella di far sì che i medicinali, all’inizio tutti, poi solo
quelli senza obbligo di prescrizione (meglio conosciuti come medicinali da banco), potessero essere venduti
anche al di fuori della sola farmacia, in nome del libero mercato e per abbattere quello che viene e veniva
visto esclusivamente come un privilegio della farmacie.
Questo secondo molti avrebbe permesso uno snellimento del sistema che avrebbe avvantaggiato sia i
giovani farmacisti in cerca di lavoro, sia i consumatori.
Premesso che, specialmente in provincia di Trento , la disoccupazione per i farmacisti è praticamente
nulla, e anche a livello nazionale non è sicuramente un dato preoccupante, a distanza di qualche anno
la situazione che si è delineata è questa: la maggior parte delle parafarmacie è in mano alla grande
distribuzione (Coop e Auchan in testa), quelle invece aperte dal singolo e quindi con meno possibilità
economiche e organizzative, dopo un boom iniziale sono quantomeno al Nordest calate e di fatto sono
poche quelle che si sono consolidate.
Quale sarebbe lo scenario se il passo successivo fosse di deregolamentare tout court il sistema? Si
andrebbe probabilmente incontro ad un sistema anglosassone di drugstore, dove chi è maggiormente
organizzato con le risorse necessarie andrebbe avanti, ovvero grandi catene gestite dalla grande
distribuzione: lei può capire, come per un giovane farmacista passare dal lavorare in un oligopolio di
farmacie, comunque di proprietà di farmacisti, ad un monopolio in mano semplicemente a grossi gruppi
commerciali, non sia certamente un salto di qualità. Certo, esisterebbe comunque la libertà di iniziativa,
ma in un contesto basato esclusivamente sulle leggi di mercato si verificherebbe quello che sta accadendo
per i piccoli negozi alimentari: pochi e specializzati in realtà urbane, specie da proteggere in periferia.
E se per una volta si prendesse coscienza che il mercato dei medicinali è legato alla salute e quindi più
delicato di una qualsiasi altra realtà commerciale non sarebbe la soluzione migliore. Ad oggi, con un sistema
perfettibile, comunque la capillarità del servizio delle farmacie è garantito, e si accede agli stessi servizi con
le stesse garanzie a Trento come negli ultimi paesi delle valli.
Quale dunque la soluzione? Sicuramente non quella di cui Bersani si fa promotore, dove in nome di una
presunta liberalizzazione si vuole buttar via il neonato con l’acqua sporca. Si prenda per una volta in
mano tutto il sistema, ovvero con una riforma organica e non con norme estemporanee che più che altro
generano facili entusiasmi e consensi, e che non risolvono certamente i problemi alla base. In Germania per
esempio ci si è già arrivati, con un sistema che permette ai farmacisti di aggregarsi e aprire la loro attività,
e con norme chiare che fanno sì che il sistema sia effettivamente capillare, di qualità, e slegato sia da un
irrigidimento corporativo sia dalla mera logica del mercato.
Sicuramente non sarà qualcosa che realisticamente si può creare dall’oggi al domani, ma già la cosiddetta
farmacia dei servizi è sicuramente un primo passo tentato verso una vera sfida riformatrice.
E a proposito di mercato: da quando ai tempi del decreto Bersani sembrava che l’unico problema fosse il
prezzo dei medicinali e il farmacista che non consigliava abbastanza il corrispondente medicinale generico
(termine improprio, ma ormai entrato nel lessico comune), tant’è vero che un suo giornalista fece una vera e
propria inchiesta, ha fatto caso alla situazione attuale?
Le statistiche dicono che effettivamente c’è stata una diminuzione media del prezzo dei farmaci da banco
più utilizzati, ma da addetto ai lavori, e fa specie anche a me notarlo, la gente tende per la maggior parte
(per abitudine, convinzione, idiosincrasia: ci sarebbe da fare un lungo discorso a parte) a preferire i nomi e
le marche più conosciute e le assicuro paradossalmente oggi spesso il farmacista viene visto con sospetto a
consigliare il generico, quasi volesse, proponendo un’alternativa, speculare sulla salute del consumatore.
Questo esemplifica quello affermato prima, ovvero che molte considerazioni sul mondo farmacia vengono
fatte sull’onda emotiva del momento, senza mai andare oltre la superficie del problema: un peccato, quando
il contesto in cui si opera è quello delicato della salute.
Davide Cappelletti
Farmacista in Arco